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Arti
tradizionali Africane e Rito
Nelle
culture tradizionali africane, la struttura sociale è intesa come
una fitta rete di relazioni tra i membri che la costituiscono e nei quali
rientrano non solo i viventi, ma anche antenati, discendenti e forze sovraumane
non sempre visibili.
In questa logica di vita collettiva, l’identità di un individuo
è definita come comunitaria, ed è conseguenza diretta dell’interazione
quotidiana tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
L’arte
è il mezzo attraverso il quale si rende possibile il dialogo entro
un contesto rituale religioso.
Nel caso specifico della produzione scultorea, antenati e spiriti trovano
nella maschera e nella scultura il luogo entro il quale manifestarsi,
riunendo realtà che altrimenti non potrebbero comunicare.
Nelle
arti tradizionali africane, quindi, l’opera non è destinata
alla contemplazione, come avviene per la maggior parte dell’arte
occidentale, ma trova la sua ragione nella funzione sacra di simbolo,
e in quanto tale, gode di un potere evocativo, attraverso il quale forze
oscure prendono forma.
Sottile è il confine tra rito e teatralità in cui entra
in gioco la spersonificazione del danzatore che diviene, attraverso il
mascheramento, altro da sé, diviene lo spirito danzante. Il rituale
messo in scena è di impatto così emotivamente profondo che
l’uomo si identifica con la potenza spirituale abbandonandosi in
uno stato di trance. In questa logica secondo la quale l’oggetto
è materializzazione di un’entità, così come
di un’idea, anche la danza simboleggia un movimento ideale, come
ad esempio nel caso di sequenze ritmiche di salti, che permettono all’uomo
di allontanarsi dal mondo terreno per avvicinarsi a quello celeste.
Nelle
sculture africane non si riscontra fedeltà mimetica della realtà,
o un’ espressione esistenzialista dell’esecutore, ma ciò
che le costituisce è di tipo sostanziale, regolato da concetti
etici, sociali e religiosi, ciò porta alle figure una certa fissità
espressiva, perché una definizione emotiva esatta impedirebbe la
possibilità di assumere identità diverse.
Come conseguenza, anche la valutazione estetica fa capo a principi che
conducono l’opera entro canoni definiti come vincoli simbolici.
Se
l’arte è veicolo di comunicazione con il divino, ad essa
il compito di trasmettere verità, per cui la bellezza ne risulta
la forma e il mezzo attraverso il quale farla propria.
A ragione lo scultore non si sottrae alla tradizione, sebbene accada che
siano inserite, in spazi non dichiarati della materia lavorata, piccole
variazioni soggettive.
La bellezza di un oggetto è nel suo divenire,nel processo di costruzione,
come rituale rinnovamento della creazione, e spesso questo processo è
una elaborazione collettiva, da generazione in generazione, ma anche tra
più esecutori e committente.
Esistono casi in cui proprio chi commissiona, o addirittura terzi, intervengono
con richieste e variazioni sul modello originario.
Allo stesso modo, anche il rinnovamento periodico del colore funziona
da ponte tra passato e presente.
Gli artisti sono, oltre che realizzatori, custodi di antichi saperi, che
vengono tramandati attraverso la forma data alla materia.
Il
momento in cui l’oggetto artistico esplica totalmente la sua funzionalità
è durante il Rito, nel quale il mito della creazione, l’ordine
donato dagli dei e preservato dagli antenati, viene rinnovato e rafforzato
tramite la drammatizzazione di un insieme di azioni prestabilite.

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