Cosmogonia di un incontro

Qualcuno ha scritto che siamo simboli e viviamo in essi: e sicuramente tutta la nostra vita è impastata, esperita, comunicata con immagini e segni di specialissimo peso specifico. Talvolta si tratta di simboli del tutto personali e legati a esperienze dirette, conosciute e riconosciute, importanti per noi e per quest'unica volta che stiamo al mondo; ma spesso (e più frequentemente di quanto realizziamo) il riferimento è a segni antichissimi, che affondano in una più ampia dimensione collettiva. In parecchi casi, anzi, è solo con l'ausilio di forme-chiave rifratte in costellazioni di richiami esistenziali, segni di passo o carichi di echi, che possiamo varcare soglie di comprensione capaci di cambiarci la vita - o almeno, nella nostra vita quotidiana, di cambiare qualcosa nel segno del bello e del giusto. Mi pare che questa sia l'ottica di Impossible sites, il progetto originalissimo sviluppato da due sensibili ricercatrici, Tiziana Manfredi e Giuditta Nelli: e può essere interessante sottolineare qualcosa della sua importanza.

Anzitutto, ovviamente, c'è l'intuizione di reagire al peccato sociale dell'indifferenza - oggettivata nell'esistenza di luoghi impossibili, negati a una parte della comunità - grazie all'appello a coaguli di senso radicati nell'esperienza profonda di tutto il genere umano. Non si tratta soltanto, cioè, di veicolare curiosità superficiali (come nei messaggi a effetto, ma di breve periodo, di certe campagne pubblicitarie), ma di rispondere al deficit di attenzione col richiamo a una sovrabbondanza di senso: un'operazione che però non resta astratta, intellettualistica e chiusa in se stessa, ma si spalanca allo specifico culturale di un ben determinato luogo e alla ricchezza e varietà delle libere risposte personali. Rendendo visibile ciò che normalmente non è (almeno a chi non si trovi a vivere l'impossibilità in questione) tramite un segno provocatorio, si apre a una presa di coscienza dei partecipanti - non semplici destinatari - col loro vissuto e le loro simboliche personali e collettive, in termini più coinvolgenti che attraverso qualunque verbalizzazione di buoni sentimenti o di civiltà. Può essere interessante rammentare che sumbolon, in greco, era originariamente quel segno con cui si affermava un legame di amicizia o ospitalità, e che, spezzato, veniva diviso tra le due parti: il segno e pegno insomma di una relazione viva e durevole, di una con-divisione e reciproca accoglienza con ricadute sociali e politiche. D'altra parte il connesso termine sumbolé (anch'esso legato al verbo sumballo dai molti significati) richiama tra le altre accezioni all'incontro di strade o - nel corpo umano - dei nervi, alla giuntura delle ossa: e in effetti in questo progetto, lungi da qualunque istanza esoterica, il simbolo è proposto nel richiamo al tessuto innervato di una comunità e all'apertura delle sue strade all'incontro. Dove appunto condivisione, accoglienza e incontro sbocciano dal riconoscimento alla celebrazione e alla festa.

Ma c'è dell'altro che, conoscendo qualcosa sui retroscena dell'operazione, sembra importante rimarcare. Il progetto nasce da un itinerario rigoroso delle due ricercatrici, quale esito di diversi studi ed esperienze, e di preparativi lunghi, impegnativi e complessi; e nasce da una passione artistica e insieme sociale, civile. Se certo qualunque iniziativa di sensibilizzazione sui luoghi impossibili risulta benemerita, in questo caso la dimensione creativo-culturale e quella sociale rappresentano armonicamente e con pari dignità versanti dello stesso amore, dello stesso impegno e celebrazione della vita. Senza moralismi gravosi o provocazioni ispide, ma con lievità e quasi con dolcezza Tiziana Manfredi e Giuditta Nelli inducono a riflettere sulle Terre desolate di una coscienza comunitaria; e innescano qualcosa che potrà poi correre per rivoli liberissimi nella realtà interessata, senza presumere di arrogarsene successi o funzioni di controllo. Un segnale questo che, nell'età del bene-spettacolo spremuto sotto i riflettori tra chiacchiere e lustrini, pare almeno in preziosa controtendenza.

Franco Pezzini (saggista)